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Storia dell’Amazzonia pre-europea [ di Yuri Leveratto ]

L’area amazzonica è stata popolata fin dal decimo millennio prima di Cristo. Vi sono varie teorie che spiegano l’origine del popolamento in America ed in particolare in Amazzonia.
E’universalmente accettato che gruppi di indigeni asiatici attraversarono quella che un tempo era una prateria chiamata Beringia, (l’attuale stretto di Bering tra Siberia e Alaska), circa 40 millenni or sono.
Questi gruppi di Homo-Sapiens, originari della Siberia orientale, avanzarono verso nord-est per intere generazioni, seguendo mandrie di mastodonti, bisonti e caribú. All’entrare nel continente americano trovarono un corridoio libero dai ghiacci che percorsero, giungendo nelle grandi praterie del nord America, gli attuali Stati Uniti del centro e dell’ovest.
Inizialmente questi gruppi di umani si sostentavano esclusivamente con la caccia. Successivamente, con la rivoluzione neolitica, si dedicarono alla raccolta e all’agricoltura.
Con il passare dei secoli varie tribú migrarono verso sud, in un processo di colonizzazione dell’intero continente americano che durò circa 30 millenni.
Questi popoli di origine asiatica giunsero anche in Amazzonia, verso il decimo millennio prima di Cristo.
Vi sono altre teorie, come per esempio la “teoria poligenetica”, secondo la quale popoli di origine melanesiana, polinesiana e persino semitica giunsero in America del sud in epoche arcaiche attraversando gli oceani, mischiandosi successivamente con i popoli di origine asiatica che arrivarono da nord.
Questa teoria è supportata dai ritrovamenti nel sito di Piedra Furada, in Brasile, che provano presenze umane risalenti a 48 millenni or sono.
In ogni caso in Amazzonia vi sono tracce di un popolamento arcaico, probabilmente con un clima differente da quello di oggi, più secco.
Furono necessari secoli per affinare le conoscenze pratiche e tecnologiche necessarie per l’utilizzo di piante come il mais (zea mais), la yuca o manioca (manihot esculenta), la batata (ipomea batatas) o di piante medicinali ed eccitanti come la maca (lepidum meyenii) o la coca (erythroxylum coca).
I popoli dell’Amazzonia raggiunsero un elevato grado di conoscenza dei suoli, del clima e dei cicli organici e riuscirono a vivere in sintonia con la natura per millenni.
Si noti che poco prima dell’arrivo degli europei la popolazione totale dell’America meridionale ammontava a circa trenta milioni di persone. La grande maggioranza (circa 20 milioni) vivevano nell’impero chiamato Tahuantisuyo (l’impero degli Incas), mentre altri 5 milioni circa vivevano tra il cono sud e il territorio che oggi è occupato dalla Colombia e dal Venezuela. Gli ultimi 5 milioni di persone, secondo le stime più accreditate, vivevano in Amazzonia.
Forse in un remoto passato, tra l’ottavo e il sesto millennio prima di Cristo, la popolazione del bacino amazzonico era anche maggiore e in seguito a cambiamenti climatici di portata eccezionale, ci fu una lenta emigrazione verso la zona andina, dove si originarono le culture pre-incaiche.
L’analisi dei suoli ci permette di individuare che, a partire dal quinto millennio avanti Cristo, fu adottata la tecnica del “taglia e brucia” e delle coltivazioni alternate, che permise di ottenere eccedenze di produzione di yuca e mais.
In circa un ventesimo dell’attuale territorio forestale amazzonico (che corrisponde a 250.000 chilometri quadrati), si trova un particolare tipo di suolo, chiamato in portoghese “terra preta”. Questo suolo, particolarmente fertile, che gli antropologi considerano come un prodotto dell’uomo, a seguito appunto della tecnica chiamata “taglia e brucia”, è la prova che i popoli amazzonici praticarono una forma di agricoltura intensiva su larga scala.
Secondo Donald Lathrap, eminente studioso degli anni 70, un popolo proto-arawak, cioè di origine caraibica, che viveva nell’Amazzonia centrale nel terzo millennio prima di Cristo, fu in grado, mediante la de-idratazione, di eliminare il nocivo acido prussico dalla yuca (manihot esculenta).
Questo popolo praticava la caccia mediante archi, frecce e cerbottane e la pesca con trappole di legno nei fiumi e nei laghi.
Nelle vicinanze della confluenza tra il Rio Negro e il Rio delle Amazzoni sono stati trovati anche dei manufatti in ceramica risalenti al terzo millennio prima di Cristo.
Un’altra delle prove del popolamento arcaico dell’Amazzonia è la caverna di Piedra Pintada, situata nella parte nord del Rio delle Amazzoni, vicino alla confluenza con il Tapajos, non lontano dalla città di Santarem.
In questa caverna, che fu studiata nel 1950 da Alfred Russel Wallace, vi sono varie pitture rupestri e petroglifi, raffiguranti figure umane e animali stilizzati spesso colorati di rosso, giallo e marrone. Vi sono anche disegni geometrici che fanno pensare a possibili conoscenze astronomiche.
Si stima che l’uomo abitó queste caverne in un periodo compreso tra il decimo e il terzo millennio prima di Cristo, dimostrando cosí che popolazioni indigene vivevano e prosperavano in Amazzonia contemporaneamente al fiorire della cultura Clovis nell’America del nord.
Dal punto di vista spirituale i popoli dell’Amazzonia seguirono complessi rituali di origine asiatica detti “pratiche sciamaniche”. Secondo questi riti l’uomo veniva concepito come parte dell’universo e delle sue leggi fisiche e cosmiche.
Grande importanza ebbero i totem, rappresentazioni simboliche di animali reali o esseri mitici che venivano considerati come gli antenati di un insieme di famiglie (clan) o tribù (gruppi di clan).
L’archeologa Betty Meggers si occupó, intorno al 1970, di studiare l’isola di Marajó, situata all’estuario del Rio delle Amazzoni e grande come la Svizzera.
In quest’isola si sviluppò la fiorente cultura del popolo Marajoara, a partire dal XV secolo prima di Cristo.
Furono principalmente i ritrovamenti ceramici, con disegni di animali e piante amazzonici, che convinsero gli archeologi dell’equipe della Meggers a continuare a scavare. Presto ci si rese conto che i ritrovamenti più antichi erano i più elaborati, come se in passato fosse fiorita una cultura più complessa.
Gli indigeni Marajoara non costruirono mura imponenti o monumenti megalitici come quelli di Tiawanaco o Chavin de Huantar, peró la loro era una società ordinata e probabilmente governata da Cacique che avevano anche un potere spirituale. In seguito agli scavi di Betty Meggers, si trovarono delle tombe riccamente adornate che probabilmente erano destinate ai capi spirituali.
Un altro ritrovamento stupefacente furono i 127 blocchi di granito posizionati in circolo nelle vicinaze di Calcoene, nell’interno dello stato di Amapá, in Brasile.
Secondo l’archeologa Martina Cabral, questo monumento è da considersi come un osservatorio astronomico la cui etá viene stimata in circa tre millenni. Probabilmente questi blocchi di pietra, alti fino a tre metri, venivano usati per calcolare i solstizi, gli equinozi e i cicli della luna per orientarsi, decidere i tempi propizi per la semina e per la divinazione.
Come si vede i ritrovamenti archeologici attuali fanno pensare ad un insieme di popoli dalla cultura avanzata che vissero peró in un’Amazzonia dal clima diverso da quello attuale, meno umido.
Era quello il famoso “Terzo Impero d’America”, che cercarono a lungo i “conquistadores” spagnoli?
Per ora non abbiamo sufficienti informazioni per rispondere scientificamente a questa domanda.
Quando il clima cambió, intorno al sesto millennio prima di Cristo, alcuni di questi popoli migrarono verso ovest, dando inizio a raffinate culture come Chavin de Huantar o Tiawanaco.
I popoli che rimasero in Amazzonia, invece, si adattarono a vivere in un ambiente sempre più umido. Non adottarono la metallurgia per mancanza di metalli e le loro società non si stratificarono, salvo forse per i Marajoara, per mancanza di una vera competizione per il cibo. L’abbondanza di risorse infatti, sia vegetali che animali, contribuì a fare di questi popoli delle società praticamente chiuse, dove si praticava poco il commercio tra varie tribù e gli avanzamenti tecnologici erano lenti.
Quando i primi europei giunsero presso l’estuario del Rio delle Amazzoni, con le spedizioni di Amerigo Vespucci nel 1499 e di Vicente Yáñez Pinzon nel 1500, si trovarono di fronte a popolazioni dense, la cui economia era basata sull’agricoltura e sulla pesca.
Quando poi, quarantadue anni più tardi, Francisco de Orellana percorse quasi interamente tutto il Rio delle Amazzoni, dalla confluenza con il Rio Napo fino all’estuario, venne in contatto con numerosi popoli che vivevano sulle sponde del fiume.
Purtroppo i virus trasportati inconsapevolmente dagli europei, (e dai loro animali), tra i quali quello del vaiolo, decimarono rapidamente questi popoli.
Solo un secolo più tardi infatti, durante la spedizione del portoghese Pedro Teixeira Albernaz, il bacino amazzonico giá non era più quel mondo fantastico e ancestrale popolato da numerose tribù che aveva visto Orellana, ma era solo un’enorme foresta quasi spopolata e “senza fine”, attraversata dal fiume più grande della Terra, il colossale Rio delle Amazzoni.


Nell'immagine, il Rio delle Amazzoni, il più grande fiume della Terra.
Documento inserito il: 25/12/2014
  • TAG: amazzonia storia, pre europea, homo sapiens, ambiente, popoli amazzonici, impero incas, caverna pietra pintada, terzo impero america

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