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Un Imperatore musicale: Nerone e il fascino della musica nell'esercizio del potere

di Francesco Servetto


Nel vocabolario online Treccani tra i significati dell’aggettivo “musicale” troviamo il seguente:
“Che ha naturale inclinazione per la musica: popolo, paese m., in cui fiorisce la musica; avere orecchio m. (meno com. essere m.), di persona intonata, che ha facilità ad apprendere e ripetere arie musicali”.
Nella Vita Neronis di Svetonio è tracciato un profilo non propriamente lusinghiero dell’imperatore figlio di Agrippina, definito piuttosto eccentrico, un uomo la cui indole lo spingeva a voler primeggiare in ogni disciplina e a decidere persino della vita e dell’incolumità di chi aveva intorno. Se costui è descritto sano dal punto di vista della costituzione fisica, tanto che in quattordici anni di comando si ammalò solo in tre occasioni, senza dover per questo rinunciare ai piaceri dei banchetti e del vino, il ritratto psicologico che ne viene fuori lo delinea eccentrico, pieno di sé e sregolato da un punto di vista della gestione della propria persona. Gli sono attribuiti, infatti, gesti riprovevoli, turpi, violenze fisiche ed abusi sessuali su giovani di entrambi i sessi, folli pretese e altrettanto assurde costrizioni, come nel caso dell’evirazione del fanciullo Sporo, agghindato poi come un’imperatrice e portato al suo seguito secondo le usanze cerimoniali di corte. Nerone è, tuttavia, cresciuto coltivando interessi quali il canto, la pittura, la scultura e la poesia, da Svetonio considerata autentica, non mediata, né copiata, da altri artisti, poiché nelle testimonianze in suo possesso afferma di aver visto con i propri occhi tracce di cancellature, correzioni ed aggiunte: «Mi sono capitati tra le mani taccuini e libretti che contengono alcuni suoi versi assai noti, scritti di sua mano ed è facile vedere che non sono stati né copiati né scritti sotto dettatura, ma sicuramente composti da un uomo che medita e crea, perché ci sono molte cancellature, aggiunte e correzioni».
Appassionato ed eccentrico, assetato di gloria, Nerone sembrerebbe non essersi accontentato dei fasti del comando, pretendendo di esibirsi a teatro, sia come cantante, sia come musicista, e non solo: nella Vita Neronis è riportato, infatti, che egli si eccitava al clamore della folla, tanto da essere pervaso da uno spirito competitivo, che lo portava a voler primeggiare e nelle discipline artistiche e nei giochi, come la corsa dei carri e, una volta riuscitoci o, quantomeno, sentitosi riconosciuto ed acclamato in maniera più o meno sincera, più o meno spontanea, volse i propri interessi persino verso la lotta, anche per via della possente costituzione fisica. Svetonio ci informa, inoltre, che negli ultimi anni della vita si era proposto di prendere parte ai giochi che sarebbero stati celebrati per la sua vittoria, in qualità di musicista, suonando l’organo idraulico, il flauto e la cornamusa, e come attore, interpretando il personaggio virgiliano di Turno, arrivando persino a far uccidere un rinomato interprete di nome Paride, poiché considerato rivale.
Nel decimo libro del De Architectura vitruviano, dedicato ad Augusto, è riportata la seguente frase «Ho trattato in questo libro dei congegni meccanici che mi è stato possibile descrivere e che mi sono sembrati più utili in tempo di pace e di guerra», e tra di essi ritroviamo proprio l’organo idraulico, la cui invenzione egli fa risalire al greco Ctesibio. Nell’opera di Vitruvio, appare necessario per il detentore del potere manifestare la propria magnificenza, in tempo di pace, tramite il possesso e l’ostentazione di macchinari e di strumenti altamente tecnologici, vere e proprie meraviglie dell’ingegno, in un processo paragonabile a quello della dimostrazione di forza in campo militare, un po’ come accadeva al tempo dei sovrani ellenistici. La propaganda, dunque, poggiava sull’effetto di stupore visivo e sonoro nell’osservatore, tanto che non sembra fuori luogo notare lo stesso intento nelle vicende neroniane. Svetonio ci narra che Nerone possedeva un organo e sembra essere a conoscenza dei particolari tecnici che lo rendono uno strumento di nuova generazione rispetto a quello tradizionale, come si evince dal passo: «[…] fece venire a casa sua alcune delle principali personalità, e dopo aver fatto una rapida consultazione passò il resto della giornata a mostrare loro degli organi idraulici di modello nuovo e sconosciuto, e ne fece esaminare ogni singola parte, illustrando il meccanismo e le complesse strutture che presentavano, e promettendo loro che li avrebbe ben presto fatti vedere in teatro, se Vìndice glielo avesse permesso».
Come funzionava questo strumento strabiliante? Sia Vitruvio sia Erone affermano che l’acqua aveva la funzione di comprimere l’aria contenuta in un serbatoio, inviata all’interno del somiere, la struttura lignea collegata al corpo dell’organo e alle canne, per mezzo di una condotta forzata. Il serbatoio era riempito di aria tramite una o più pompe e l’acqua serviva a mantenere il più possibile costante la pressione nel serbatoio durante l’utilizzo dello strumento. Erone parla anche di un tipo di pompa azionata dalla forza del vento, in un processo simile a ciò che accade nel mulino a vento stesso. In greco, lo strumento è definito ὑδράυλις composto con le radici di ὕδωρ (acqua) e αὐλός (flauto), dal quale poi l'aggettivo idraulico, esteso nel tempo anche ad altri tipi di strumenti o manufatti, sino all’età moderna (Guericke, Boyle, Morland).
Il ritratto dell’imperatore risultante dalla Vita Neronis ricorda, in certi tratti, gli eccessi di molte rockstar moderne, quegli artisti, che, una volta raggiunto il successo, non riescono ad accontentarsene e, talvolta, ne vengono travolti. E come essi spesso si rovinano con le proprie mani, a causa di una vita sregolata, e costantemente in bilico, il destino volle che anch’egli morisse giovane, interrompendo la propria esistenza uccidendosi, per evitare il tremendo supplizio riservatogli a seguito della condanna come nemico pubblico da parte del senato. Il fatto che detenesse nelle proprie mani un potere politico di enorme portata, spinge a dubitare sulle sue reali capacità artistiche, e riporta alla mente un’altra figura dell’antichità, celebre per la propria presunzione istrionica, in questo caso nel mondo della Magna Grecia, il tiranno Dionisio, tragediografo non particolarmente apprezzato, secondo il ritratto di Diodoro Siculo. Tuttavia, da numerose fonti, sappiamo che diffusa era l’usanza per i giovani aristocratici di essere educati nelle varie arti, seguendo, in ciò, le tendenze filo-ellenistiche, per potersi costruire una personalità equilibrata, consapevole e degna delle responsabilità cui in età adulta sarebbero andati incontro. In Tacito troviamo la testimonianza secondo cui Nerone sin da fanciullo ebbe un’intelligenza brillante e, interessato alle numerose discipline artistiche, dimostrava di saper comporre versi, anche se poi, più avanti, lo storico li considererà di infima qualità. Proprio il fatto che fosse un fanciullo molto ricettivo e pieno di interessi deve aver contribuito alla maturazione in senso molto negativo di un carattere venuto su in mezzo ad intrighi e ai cinici giochi di potere, delineandolo, negli anni del comando, come una sorta di genio del male. Come un individuo in preda ad ingestibili appetiti di fama, sperperava ricchezze, dava banchetti dalla durata e dalla portata infinita, giochi di vario tipo, elargiva donazioni alla folla durante le rappresentazioni e viveva un continuo stato di eccitazione, quando non di ebbrezza. Eppure, Svetonio afferma che, nonostante avesse accettato la corona dell’eloquenza e della poesia latina, al momento di ricevere quella di suonatore di cetra, chiese ai giudici di portarla di fronte alla statua di Augusto.
La personalità disturbata dell’imperatore romano, o quantomeno il ritratto che se ne deduce dalle fonti, non può che creare, intorno a lui, un’aura drammatica, immersa nello sfarzo di banchetti e di celebrazioni esagerate: quali melodie avranno mai accompagnato queste feste, nella cui descrizione traspaiono elementi che ricordano a tratti, con le dovute cautele e differenze storico-antropologiche, i partys degli anni ’80 del Novecento, l’epoca d’oro delle rockstar, di individui eccentrici come un Freddie Mercury o un Prince? Fornire risposte sicure a tale domanda non è possibile, eppure, dalle poche fonti, sappiamo, ad esempio, che l’ironia ed il carattere gioioso erano presenti in alcuni suoi componimenti: automaticamente, viene da supporre che la natura armonica di tali brani potesse basarsi facilmente su modalità maggiori, tipiche dell’atmosfera di festa e dei canti popolari leggeri e scherzosi. L’indagine, difficoltosa, non può che tenere in considerazione il timbro degli strumenti utilizzati: se l’organo si presta ad una serie di registri, più o meno solenni, più o meno evocativi, e a suoni che imitano la natura, il suono della cetra, come, in generale, quello dei cordofoni dalle caratteristiche simili, potrebbe prestarsi a descrivere progressioni armoniche ripetitive, con arpeggi, a tratti celebrative, soprattutto nell’accompagnamento di versi epici, a tratti più vicine al concetto di modo minore proprio dell’armonia della nostra cultura e del nostro tempo, legato alla sensazione di malinconia, quando non di tristezza vera e propria.
Il timbro dell’aulos, di contro, sembrerebbe ricondurre ad atmosfere bucoliche, ad immagini di satiri immersi in una natura incantata, con fiumi nelle cui acque nuotano pesci argentati ed intorno a cui si stringe l’abbraccio di una vegetazione sgargiante, probabilmente descrivibili da un punto di vista sonoro con l’utilizzo di registri alti, forse senza troppi salti di tono. Come spesso avviene nella cultura greca, e romana di riflesso, l’invenzione o l’introduzione di oggetti particolari è attribuita all’intervento di un dio, probabilmente a causa del senso di smarrimento che coglieva e coglie il neofita, al primo contatto con la novità di ciò che non solo è inaspettato, ma, sino al dato momento, impensabile. Così, anche le raffigurazioni di Apollo con in mano una cetra o una lyra, o le vicende dell’aulos nella tenzone Apollo - Marsia echeggiano visivamente un’evocativa potenza sonora, così intensa da spingere il satiro a rischiare di macchiarsi di hybris, con le tristi conseguenze cui un atto di tale portata può condurre. A questo punto, come dimenticare il celebre passo degli Annales, secondo cui durante l’incendio che devastò buona parte di Roma, Nerone avrebbe cantato la caduta di Troia dal palcoscenico del suo palazzo, in un tetro paragone tra eventi catastrofici? Tacito, è bene dirlo, non lesina critiche né alle capacità artistiche, né ai gusti dell’eccentrico imperatore, anzi lo dipinge con una certa dose di ironia e in modo piuttosto critico, quasi sfottendone l’indole e le reali capacità, senza utilizzare troppi eufemismi, ad esempio profondendosi in affermazioni quali: «già è difficile salvare la propria dignità nel corso di una vita onesta: tanto meno erano difendibili, in quella gara di pratiche viziose, il pudore, la moderazione, un minimo almeno di moralità». Quando fa riferimento ai giochi Iuvenalia, istituiti da Nerone stesso, oppure quando scrive che «infatti Nerone salì sulla scena, accordando con molto impegno le corde della cetra e provando il tono giusto con maestri di canto al suo fianco» potremmo immaginare un artista accorto, professionale, salvo, poi, venire a sapere che i giovani che raccoglieva attorno a sé lo ricoprivano di lodi, con un evidente fine non proprio disinteressato: «Costoro, in un continuo scrosciare di applausi giorno e notte, davano alla bellezza del principe e alla sua voce epiteti divini: e, come se lo dovessero a meriti particolari, vivevano godendosi fama e onori».
Le critiche non mancano neppure quando è il momento di descriverne le abilità di poeta, una disciplina strettamente connessa alla musica: «[…] raccogliendo intorno a sé quanti, benché non ancora noti, avessero talento nella versificazione. Costoro, dopo una buona cena, si riunivano a ricucire versi già composti o improvvisati da Nerone e ad aggiustare le formulazioni approssimative del medesimo, come dimostra la forma stessa delle sue poesie, che fluiscono senza vigore né ispirazione e in totale assenza di unità stilistica». Tacito non si prorompe in eufemismi, anzi sembra a tratti voler consegnare una cronaca viva degli sforzi di contenimento da parte di coloro che erano nella sua cerchia. «Era sua vecchia passione guidare la quadriga, unita all’altra mania, non meno spregevole, di cantare, accompagnato dalla cetra, per dare spettacolo. Ricordava che gareggiare nella corsa dei cavalli era pratica di re e di antichi capitani, e materia di canto dei poeti e consacrata a onore degli dèi. Il canto poi era sacro ad Apollo, divinità importantissima e signore della profezia, che proprio con la cetra veniva raffigurato non solo nelle città greche, ma anche nei templi di Roma. Non si riusciva a frenarlo, e allora Seneca e Burro, perché non la spuntasse in entrambi, scelsero di cedere su un punto: venne recintato, nella valle del Vaticano, uno spazio in cui guidasse i cavalli senza dare spettacolo a tutti […]. Peraltro, le sue disonoranti esibizioni non produssero, come Seneca e Burro pensavano, sazietà, bensì ulteriore eccitazione». Sembra quasi di essere in mezzo alle due celebri figure di riferimento, le cui sorti non saranno peraltro invidiabili, e di vederli sudare freddo ad ogni eccentrica pensata del loro imperatore, sgomitare l’un altro, ma senza farsi scoprire, attenti a non scatenarne l’ira, ma obbligati a tentare di farlo ragionare sulla portata delle sue azioni e sul ruolo da lui ricoperto. Al deterioramento del rapporto con Seneca, Tacito dà ampio spazio, ricordando come, dopo la morte di Burro, egli non avesse più la stessa influenza su Nerone, che al contrario prese a frequentare compagnie poco raccomandabili: «Costoro prendono di mira Seneca con accuse di vario tipo: che aumentava ulteriormente le sue enormi ricchezze, eccessive per un privato; che intendeva concentrare su di sé le simpatie dei cittadini; che superava, quasi, il principe nella raffinata bellezza dei giardini e nella sontuosità delle ville. Gli rinfacciavano anche di volersi accaparrare tutta la gloria dell'eloquenza e di aver intensificato la produzione di versi, da quando Nerone vi si era appassionato. Lo dicevano scopertamente avverso agli svaghi del principe, pronto a sprezzare la sua abilità nel guidare i cavalli e a schernirne la voce, quando cantava». È curioso, come tra le accuse dei detrattori del filosofo, che sicuramente saranno state in qualche modo studiate, se come davvero si evince dagli Annales, egli fu vittima della follia del suo Cesare, ci sia esplicitamente quella di dileggiarne le capacità canore: si intravedono scorci, sepolti dal tempo, di curiosità, di segreti giudizi imbarazzati, magari pure diffusi tra il popolo, che, coinvolto Seneca oppure no, probabilmente avranno riguardato la figura dell’imperatore nella sua dimensione artistica. Tacito, si è visto, non usa eufemismi, lo accusa di abbandonarsi a pratiche non degne di un uomo di Stato, lo descrive come una scheggia impazzita, un’accozzaglia di presunzione e di perversione, come se un’ebbrezza costante lo attanagliasse. Addirittura, afferma che il senato, prossimi i giochi Quinquennali, onde evitare scandali, gli offrì la vittoria nel canto e la corona dell’eloquenza, salvo ricevere un piccato rifiuto: senza mezzi termini è la frase: «Intendeva così gettare un velo sulla vergogna di una sua esibizione ai giochi». Nerone è troppo vanitoso, troppo convinto delle proprie abilità, tanto che «affermando di non avere bisogno di favoritismi e del potere del senato, convinto di seguire la gloria meritata in condizione di parità coi concorrenti e davanti a giudici imparziali, recita, per cominciare, un carme sulla scena; poi sotto le pressioni della folla, che lo invitava ad esporre in pubblico tutte le sue abilità (e furono proprio queste le parole usate), fa il suo ingresso in teatro, attenendosi a tutte le regole imposte ai suonatori di cetra, e cioè non sedersi, se stanco, a non asciugarsi il sudore, se non con la veste allora indossata, a non far intravvedere secrezione alcuna della bocca e del naso. Infine, piegato sul ginocchio, attendeva con finta trepidazione il verdetto dei giudici. E la plebe di Roma, solita ad assecondare anche i gesti degli istrioni, faceva risuonare il teatro di applausi ritmati, a comando. Poteva sembrare che esprimessero gioia, e forse così facevano, perché non pensavano alla vergogna che ricadeva su tutti».
Se da una parte il passo è a tratti spassoso, col descrivere la buffa convinzione di superiorità di un uomo che sembra non riuscire a comprendere la realtà circostante, così ebbro di presunzione da considerare naturali, sinceri e sentiti i giudizi e la manifestazioni di giubilo, dall’altra è utile perché testimonia un codice comportamentale per i suonatori di cetra del primo secolo, condivisibile per il nostro pensiero, e curioso per l’indicazione di non fare intravedere alcune secrezione della bocca e del naso, cosa che probabilmente rivela un costume quantomeno fino ad allora piuttosto diffuso. Se il popolo di Roma, a detta dell’autore, partecipa attivamente e con gioia agli eventi descritti, «ma quanti erano giunti a Roma da municipi lontani, dove l’Italia manteneva ancora i severi costumi del tempo antico, o quanti venivano da province remote, in missione ufficiale o per motivi personali, non riuscivano a reggere, perché nuovi a simile degrado morale, a questo spettacolo e a questa umiliante fatica: si stancavano, perché non abituati, di battere le mani, creavano confusione tra gli altri, esperti di applausi, subendo spesso percosse da parte dei soldati, distribuiti in vari settori a controllare che neppure un istante passasse in applausi fuori tempo o in indolente silenzio». E c’è di più: «[…] sarebbe stata più forte la paura, se non si facevano vedere allo spettacolo, data la presenza di agenti che, scopertamente molti, ma ancor più numerosi in segreto, spiavano i singoli ed il loro volto e la partecipazione entusiastica o fredda degli intervenuti. Conseguenza: alla gente di poco conto si infliggeva subito la punizione; con le persone autorevoli, invece, si faceva finta di nulla al momento, ma scontavano il rancore più tardi».
La musica e, con essa, l’intrattenimento è, dunque, strumento della gloria di un singolo, ma è soprattutto un’arma propagandistica, che raccoglie manifestazioni di giubilo nei presenti, più o meno spontanee, perché se ne parli in ogni angolo dell’impero, perché il cives e non solo lui possa anelare il contatto con un mondo geograficamente lontano, ma ancor più inafferrabile culturalmente, con i suoi eccessi, con i suoi sprechi, con la magnificenza di spettacoli dalle grandi ambizioni e dalle enormi proporzioni. Nerone è quell’artista o pseudo tale che chiede la condanna a morte per il pretore Antistio a causa di alcune poesie oltraggiose indirizzate alla propria persona, ma è anche un uomo attorniato di adulatori, come Capitone Cossuziano, che afferma, a proposito del rapporto con Trasea Peto che «[…] ha seguaci o, meglio, affiliati, che non praticano ancora i suoi arroganti principi, ma ne assumono i toni e le pose, rigidi e austeri, per rinfacciarti la tua gioiosa esuberanza. Solo a costui la tua incolumità non importa, e nulla ai suoi occhi valgono le tue doti di artista».
L’artista, dunque, l’uomo di Stato e l’uomo con le proprie debolezze. Quanto risulta moderno, quanto è trasportabile ai giorni nostri questa figura così lontana dal senso educativo e formativo riscontrabile nelle dissertazioni che proporrà pochi secoli dopo Macrobio, a proposito del ruolo e del fine della musica? Quando si pensa ad un musicista, il concetto di sacrificio è pressoché indispensabile, per aiutare a svelarne il segreto delle abilità: se Paganini divenne così grande da suonare sul palco sino alla rottura di tre corde su quattro del proprio violino, suscitando stupore e ammirazione negli uditori per la capacità di riprodurre, ugualmente e perfettamente, le proprie composizioni, con tutte le difficoltà di diteggiatura che avrebbero fatto impallidire ogni collega, per di più divertendosi, e se Mozart dovette dimostrare di fronte al pubblico napoletano, sfilandoselo prima di un’esecuzione, che l’anello che portava costantemente al dito non aveva alcun potere sulle sue doti di interprete, era certamente dovuto ad un enorme talento, debitamente coltivato, con ore e ore di esercizio quotidiano, al limite della reclusione, come avveniva, soprattutto, per il grande violinista genovese, costretto dal padre, già in tenera età, a non uscire di casa per dedicarsi invece completamente allo studio dello strumento.
Per quanto il ritratto derivante dalle numerose fonti vada in una direzione pressoché univoca, contraddistinta dal disprezzo, quando non dal dileggio vero e proprio, per Nerone è tuttavia possibile ipotizzare una sorta di talento, un’abilità di musicista o, quantomeno, una buona padronanza della materia? Pur non essendo possibile fornire una risposta certa riguardo alle sue abilità esecutive, appare quantomeno difficile immaginarlo, sulla base del ritratto psicologico che emerge dalle parole di Svetonio e di Tacito, fanciullo prima e ragazzo poi, rinchiuso in una stanza, ad esercitarsi per raggiungere la perfezione, conoscendo e sopportando il peso del sacrificio ed il dolore di una struttura muscolare che si plasma sulle forme dello strumento, rinunciando ad una vita che, facilmente, per le enormi risorse e distrazioni a sua disposizione, si presentava allettante, come un enorme calice da bere tutto di un fiato. La musica della sua età sembra descrivere, dunque, atmosfere gioiose, eccentriche, secondo i gusti di un imperatore ammaliato dalle arti, provenienti dalla parte ellenistica dell’impero, di cui va ricordata, doverosamente, la duratura tradizione della tragedia, con le sue estensioni psicologiche, al limite della successiva psicanalisi, di freudiana memoria, consistenti in scene dalla forte tensione emotiva, che sicuramente avranno avuto un peso molto sentito anche nel contribuire allo sviluppo di giri armonici e melodici solenni, a tratti violenti, certamente carichi di phatos.


Nell'immagine, il wasserorgel, l'organo ad acqua.


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Documento inserito il: 21/07/2024
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