Cookie Consent by Free Privacy Policy website Tutto storia, storia antica: Valdivia e Jōmon, le ceramiche della discordia
>> Storia Antica > Le grandi Civiltà

Valdivia e Jōmon, le ceramiche della discordia [ di Simone Barcelli ]

Sessant’anni fa due archeologi, comparando resti ceramici, suggerirono una dipendenza tra le civiltà Valdivia dell’Ecuador e Jōmon del Giappone: per questa e altre ragioni, nacque l’ipotesi che gente della cultura madre dell’arcipelago asiatico avesse potuto raggiungere l’America meridionale nel IV millennio a.C., nel periodo in cui nacque la cultura ecuadoregna. Il resto della comunità scientifica ha sempre osteggiato queste conclusioni, anche perché frutto della teoria del “determinismo ecologico”, che vede l’ambiente influenzare sempre la cultura, preferendo un’origine autoctona dall’Amazzonia. La ricerca archeologica riferita alla preistoria dell’Ecuador occidentale, in realtà, sconta ancora la mancanza di cronologie assolute affidabili e di sequenze culturali dettagliate.


Negli anni Sessanta del secolo scorso l’archeologo Emilio Estrada e la collega Betty Jane Meggers, sulla scorta dei resti e degli stili ceramici, suggerirono una dipendenza tra la civiltà Valdivia dell’Ecuador e la cultura Jōmon, la cui gente potrebbe aver raggiunto il Nuovo Mondo già nel IV millennio a.C., proprio nel periodo in cui nacque la cultura Valdivia: «La prima cultura produttrice di ceramica sulla costa dell’Ecuador, la cultura Valdivia, mostra molte somiglianze sorprendenti nella decorazione e nella forma del vaso con la ceramica dell’Asia orientale. In Giappone, le somiglianze sono le più vicine al periodo Jōmon medio. Sia il primo periodo Valdivia che il Medio Jōmon sono datati tra il 2000 e il 3000 a.C. Si ipotizza un contatto transpacifico dall’Asia all’Ecuador durante questo periodo».
La cultura Valdivia occupò le pianure occidentali e la regione costiera dell’Ecuador durante quello che viene definito il Primo Periodo Formativo e rappresenta l’inizio della vita stabile all’interno dei villaggi in quella zona. Questa civiltà, che si fa risalire al periodo 3300-1500 a.C. circa, fu identificata per la prima volta nel 1956, nell’omonimo sito della provincia costiera di Guayas, dall’archeologo Emilio Estrada.
Negli anni successivi, anche dopo la morte di Estrada avvenuta nel 1961, Betty Meggers e Clifford Evans proseguirono le ricerche archeologiche, che permisero di trovare, in scavi profondi, abbondanti resti di ceramiche, manufatti in pietra scheggiata, roccia modificata dal fuoco e materiale faunistico terrestre, ittico, comprese diverse specie di molluschi.
Le datazioni radiocarboniche delle prime ceramiche del Nuovo Mondo, anche sulla scorta della relativa raffinatezza, indussero Meggers ed Evans a ipotizzare una diffusione transpacifica di questa ceramica proveniente dalla cultura del Medio Jōmon (3500-2500 a.C.) sviluppatasi nella regione del Kyūshū in Giappone.
Le loro argomentazioni per le somiglianze ceramiche, però, sono state successivamente contestate da numerosi studiosi per motivi stilistici. L’archeologo James A. Zeidlert, per esempio, afferma che «la tempistica del contatto proposto (circa 3000 a.C.) fu infine confutato all’inizio degli anni ‘70 dalla scoperta di Ceramiche Valdivia (inizio Fase 1) che hanno preceduto la loro Fase A in siti come Loma Alta, villaggio situato a 9 km a monte della Valdivia, e Real Alto nella Chanduy Valley più a sud. La fase 1 di Valdivia è ora datata al 4400-3300 a.C. e cadrebbe quindi nella seconda metà del primo periodo Jōmon (5300-3500 a.C.). Sebbene Meggers abbia mantenuto una vigorosa difesa dell’ipotesi Jōmon-Valdivia per le origini della ceramica del Nuovo Mondo nel corso degli anni, le sue argomentazioni rimangono in contrasto con le attuali conoscenze archeologiche della società Valdivia, così come i primi complessi ceramici sudamericani. La maggior parte degli studiosi propende per uno sviluppo autoctono delle prime ceramiche di Valdivia».
Meggers seguiva un rigoroso determinismo ecologico, con l’ambiente che influenza sempre la cultura, una teoria molto in voga negli anni Quaranta del secolo scorso, propinata dall’antropologo Julian Haynes Steward, professore della Meggers. Per questa ragione la donna asseriva che le pianure sterili causarono il ristagno culturale degli abitanti dell’Amazzonia. L’archeologo Stéphen Rostain chiarisce che l’idea di base di questa teoria ambientalista e diffusionista è che «nessuna società potrebbe sperimentare sviluppi complessi a causa di un ambiente sfavorevole» e ogni innovazione è vista come un contributo esterno, spesso proveniente dalle Ande o dalla costa del Pacifico, che sarebbero centri di invenzione culturale per l’intera regione. I metodi e le teorie elaborate da Meggers, oggi poco accreditate dal mondo accademico, influenzarono, comunque, per almeno mezzo secolo, molti colleghi.
Che la cultura Valdivia debba essersi originata da quella Jōmon, secondo la Meggers, trova qualche riscontro anche nelle piante, negli agenti patogeni e nei parassiti di origine giapponese che si trovano tra le popolazioni andine.
In un articolo di divulgazione pubblicato nel 1966, a firma congiunta di Meggers e del marito, il collega Clifford Evans, i due facevano di nuovo riferimento alla ceramica rinvenuta in un sito della cultura Valdivia cinque anni prima: «un frammento di vaso rosso con figure, con un bordo unico […] con una serie di dentellature, turrite […] questo tipo di bordo è raro in tutto il mondo, meno che in Giappone. Lì si trova comunemente nel vasellame preistorico del periodo Jōmon […] Man mano che queste civiltà del Nuovo Mondo, come noi le chiamiamo, sono diventate più conosciute, archeologicamente, si sono trovate similarità straordinarie con l’architettura, le religioni, usi e costumi, e stili nell’arte dell’Asia».
Il momento in cui la cultura Valdivia sostituì le figurine scolpite nella pietra con la ceramica, portò in effetti importanti cambiamenti nei modelli di insediamento, con l’intensificazione delle colture agricole e l’introduzione di una fiorente attività culturale, forse determinati da qualche influenza esterna.
Tra i tanti, anche l’antropologo Richard Joseph Pearson nel 1968 criticò la «provocatoria teoria» cui erano giunti Meggers e soci, sostenendo la mancanza di documentazione dei siti Jōmon in Giappone, anche per barriere linguistiche e un differente sistema di classificazione archeologica adoperato dagli archeologi giapponesi: «Le prove disponibili, la maggior parte delle quali non è stata considerata da Meggers, Evans ed Estrada, tenderebbero a rendere la derivazione di Valdivia da tratti della comunità Jōmon del periodo Medio stanziati a Kyūshū, o qualsiasi altra comunità, estremamente improbabile».
Per l’archeologa Winifred Creamer le somiglianze tra le ceramiche Jōmon e Valdivia sono legate al fatto che ci sono solo tanti modi per decorare la ceramica realizzata e decorata a mano con nessuno strumento più complesso di un bastoncino appuntito.
Meggers è recentemente tornata sull’argomento, introducendo in questo caso altri elementi a sostegno della sua ipotesi. Tra questi, la possibilità che genti Jōmon siano migrate in Sud America in seguito all’eruzione estremamente violenta del vulcano Kikai a sud del Giappone, avvenuta nel 4350 a.C. La catastrofe produsse il deposito di quaranta centimetri di cenere su Kyūshū e altre località, fino al centro di Honshū, causando frane ed erosione dei pendii, decimando la popolazione e coprendo la terra e l’oceano con pomice.
Il vulcano Kikai, a nemmeno cinquanta chilometri dall’isola di Kuyshu, è in gran parte sommerso e possiede una caldera vulcanica larga quasi venti chilometri. L’eruzione del 4350 a.C. fu una delle più grandi verificatesi dalla fine dell’era glaciale: i flussi piroclastici riolitici attraversarono il mare per oltre cento chilometri e gli strati di cenere si sparsero in tutto il Giappone, tanto da formare un importante indicatore geologico. Da allora il Kikai è eruttato più di una decina di volte ed è ancora in latente attività.
L’impatto dell’eruzione sulla popolazione Jōmon, specifica Meggers, si è quindi riflessa sulla densità abitativa, drasticamente calata a Kyūshū, Hokkaidō e Honshū durante il medio periodo Jōmon: «Le barche in mare sarebbero rimaste intrappolate nella pomice e spazzata a nord dalla Corrente Nera attraverso il Pacifico e lungo la costa occidentale delle Americhe fino all’Ecuador. Lì, i sopravvissuti avrebbero incontrato indigeni che non conoscevano ancora le ceramiche».
Nella circostanza, l’archeologa non manca di ricordare un’indagine sull’albero filogenico del virus T-linfotropico umano di tipo I (HTLV-I), scoperto in Giappone nel 1977, che provoca leucemie e linfomi, che ha individuato come il sottotipo A, uno dei tre, è comune ad alcuni isolati caraibici, due sudamericani (Colombia e Cile), uno indiano e alcuni isolati giapponesi, compresi gli Ainu, questi ultimi «considerati come discendenti relativamente puri della popolazione nativa che abitò principalmente il nord del Giappone durante il periodo Jōmon più di 2300 anni fa». Ciò implica per Tomoyuki Miura, l’autore principale dello studio, «una stretta connessione dei nativi caraibici e sudamericani con i giapponesi e quindi una possibile migrazione del lignaggio nel continente americano attraverso la Beringia nell’era paleolitica. […] Anche l’analisi del tipo HLA [molecole di classe II, N.d.A.] suggerisce la relazione tra Giapponesi e paleo-indiani in Sud America». Come dire, insomma, che gli antenati del popolo Ainu migrarono attraverso la Beringia trasportando questo virus nel continente americano. Quel lignaggio, quindi, si trasferì in Giappone nel periodo paleolitico, come risulta dall’attuale esistenza di almeno due ceppi di HTLV-I, dove il virus è particolarmente endemico nel sud-ovest e nelle popolazioni remote delle aree di frontiera come i “Ryūkyūans” della gente di Okinawa e gli Ainu sull’isola di Hokkaidō. È stato proposto che tra i portatori di HTLV-I ci siano i Jōmon, con migrazioni nell’arcipelago giapponese avvenute più di diecimila anni fa, all’incirca lo stesso periodo di tempo in cui avvennero quelle dall’Asia settentrionale al continente americano, attraverso la Beringia.
L’influenza Jōmon può anche riflettersi nell’adozione improvvisa di insediamenti permanenti durante il periodo Valdivia sulla costa dell’Ecuador e altre innovazioni immateriali. Ma la ceramica resta ideale, secondo Meggers, per «rintracciare il contatto culturale, poiché può essere decorata in un numero essenzialmente infinito di tecniche e motivi, senza pregiudicare la funzione del vasellame. Alcune somiglianze, come la rappresentazione degli stessi uccelli o animali, possono essere attribuiti a indipendenti invenzioni, e alcune duplicazioni in una lunga serie di elementi astratti possono essere liquidati come accidentali. Molteplici duplicazioni indipendenti delle stesse combinazioni di tecniche e motivi astratti, come quelli tra Jōmon e Valdivia, sono però sconosciuti».
La specialista afferma che la decorazione su ceramica è soggetta a una deriva evolutiva inconscia: ciascuna comunità endogama sviluppa, quindi, una ceramica distintiva, con i membri di una comunità che possederanno una proporzione leggermente diversa dei tratti diagnostici, e quella dispersione di un segmento della popolazione ancestrale è conseguentemente soggetta all’effetto del fondatore. Ciò rende possibile dimostrare che i complessi ceramici iniziali in pianura del Sud America derivano tutti da Valdivia, con le successive dispersioni. Le differenze sono esattamente ciò che può essere previsto basandosi sull’effetto del fondatore e sulla deriva evolutiva.
La fine del Formativo ecuadoriano vede le ultime fasi di Valdivia prima della comparsa di nuove espressioni culturali, come la Machalilla nella costa e la Cotocollao nella regione di Quito.
La cultura Machalilla, che si sviluppò nel Manabí meridionale e nella penisola di Santa Elena alla metà del II millennio a.C., è anch’essa nota per la raffinata ceramica, soprattutto con l’introduzione dei beccucci nei contenitori. I Machalilla, per Betty Meggers e Clifford Evans, non sembrano correlati con altri popoli mesoamericani o sudamericani, quindi non è possibile determinarne l’origine. Tuttavia, essi furono in qualche modo influenzati dalle civiltà della Mesoamerica, fino al punto di fondersi con la cultura Chorrera, attestata al 1300 a.C.
La ricerca archeologica riferita alla preistoria ecuadoriana occidentale, sconta ancora la mancanza di cronologie assolute affidabili e di sequenze culturali dettagliate per molte aree, compresa quella settentrionale di Manabí, un territorio in cui si sviluppò la tradizione culturale Jama-Coaque. La mancanza di collegamenti stratigrafici tra Valdivia e Machalilla, nei siti scavati più recentemente da altri archeologi, rilascia un’immagine del tutto sfocata sulla cronologia Machalilla e non ci sono tracce di una transizione graduale da Valdivia a Machalilla, se non in un sito della provincia di El Oro.
La cultura Valdivia si stanziò nella stessa macroarea occupata in precedenza dalla civiltà Las Vegas, così denominata dal sito in cui furono trovate per la prima volta le tracce della sua esistenza. Questa zona rimase, però, completamente disabitata per più di mille anni: dal 4600 a.C., quando si registra l’abbandono repentino di tutti i siti Las Vegas dalla penisola di Santa Elena, al 3300 a.C., con l’arrivo e l’occupazione da parte delle genti Valdivia. In questo periodo, infatti, non ci sono prove della presenza umana nella regione, ma non si comprende ancora il motivo dell’abbandono della penisola. L’archeologo James Scott Raymond la spiega così: «Può darsi che il sollevamento tettonico della costa abbia superato l’innalzamento del livello del mare, che sarebbe stato vicino alla sua altezza attuale entro la metà del quinto millennio a.C. e che le mangrovie e altre ricche risorse ittiche fossero diminuite. Sembra che altri fattori debbano essere stati coinvolti, tuttavia, a partire dall’economia ad ampio spettro che era ugualmente o più dipendente dalle risorse terrestri. Qualunque sia stata la causa della pausa dell’occupazione nella penisola di Santa Elena, è stata seguita da un drastico cambiamento nei modelli di insediamento».
In quel frangente, le genti della penisola di Santa Elena si spostarono dalle parti più aride della penisola alle valli costiere, costituendo nuovi insediamenti lungo le pianure alluvionali o nelle parti interne delle valli adiacenti. E qui sono stati rinvenuti i primi segni di una proto-agricoltura, con le piante domestiche, mais, fagioli e zucca, che si aggiunsero agli alimenti di base.
Di là delle dimensioni dei siti e del diverso modello di distribuzione in relazione al paesaggio, per Raymond la caratteristica più evidente che contraddistingue questi siti da quelli di Las Vegas è la presenza della ceramica dello stile Valdivia, che si presenta «in grandi quantità, e fin dall’inizio è ben fatta, ben cotta, decorata e conforme a uno stile distintivo […] I primi assemblaggi sono altamente standardizzati e sebbene fosse consentita una certa libertà artistica nella decorazione dei vasi, c'erano chiare regole decorative che venivano seguite. C’è poca variazione nello stile da un sito e l’altro, suggerendo che lo stile ceramico ha funzionato come importante simbolo di identità culturale».
Per Raymond la pausa millenaria e l’apparizione apparentemente improvvisa dei siti di Valdivia rendono, quindi, difficile comprendere i processi che hanno trasformato il modo di vivere dei Las Vegas in uno più sedentario che comprendeva villaggi permanenti, ceramiche e una maggiore dipendenza dall’agricoltura: «Il cambiamento precoce e drammatico dalla società mobile di Las Vegas ai villaggi sedentari di Valdivia solleva la questione se quest’ultima si sia evoluta dalla prima o se Valdivia fosse un’intrusione da altrove, ad esempio, dal vicino bacino di Guayas», anche se quest’ultima ipotesi, per lo studioso, contrasta con la scarsità di prove provenienti dai villaggi nelle valli fluviali di Panama.
Creamer racconta quel che rimane oggi degli stanziamenti della civiltà Valdivia: «L’Ecuador ospitava villaggi molto antichi che si formarono nel 3800 a.C. in luoghi come il Real Alto. Ci vuole immaginazione per individuare questi siti, poiché l’area rialzata dove le persone hanno costruito le loro case è appena distinguibile dai dintorni, e anche quando i primi scavi erano in corso, i resti sorprendentemente antichi erano costituiti dalle pietre che formavano la base di gruppi di case. Non c’era mai niente in superficie. Serve una buona immaginazione per costruire un cerchio di case ovali con il tetto di paglia nella boscaglia che oggi ricopre l’area».
Sulle motivazioni che avrebbero indotto i Jōmon a spostarsi per così tante miglia marine, esplorando mondi del tutto ignoti, c’è da dire che il commercio su lunghe distanze avrebbe senz’altro esaltato la raffinateггa della loro cultura materiale, nonostante una presunta matrice seminomade, fatta essenzialmente di sussistenza e insediamenti stagionali. Così facendo, sarebbero venuti meno, senza saperlo, a quel rigido modello scientifico che ancora oggi contraddistingue i cacciatori-raccoglitori.

Simone Barcelli, L’enigma dei Jōmon. La misteriosa cultura madre del Giappone alla scoperta delle Americhe seimila anni fa (KDP, Storie e dintorni, 2024).


Bibliografia

Gordon F. McEwan e D. Bruce Dickson, Valdivia, Jōmon Fishermen, and the Nature of the North Pacific: Some Nautical Problems with Meggers, Evans, and Estrada's (1965) Transoceanic Contact Thesis, American Antiquity, Vol. 43, N. 3, 1978.
James A. Zeidlert, Formative Cultures of the coast and western lowlands. ValdiviaThe Ecuadorian Formative, in The Handbook of South American Archaeology (Helaine Silverman e William H. Isbell), Springer Science+Business Media, 2008.
Stéphen Rostain, Avant le A d’Amazonie, in Les Amazonies: unité et diversité, Caravelle, Vol. 96, 2011.
Emilio Estrada, Betty Jane Meggers e Clifford Evans, Possible Transpacific Contact on the Coast of Ecuador, Science, Vol. 135, N. 3501, 1962.
Clifford Evans e Betty Jane Meggers, A Transpacific Contact in 3000BC, Scientific American, Vol. 214, N. 1, 1966.
Richard Joseph Pearson, Migration from Japan to Ecuador: the Japanese evidence, American Anthropologist, Vol. 70, 1968.
Creamer Winifred, Santa Elena Peninsula, Ecuador, Llywindatravels 29 agosto 2018.
Betty J. Meggers, recensione di Handbook of South American Archaeology (Helaine Silverman e William H. Isbell, 2008), Chungara, Revista de Antropología Chilena, Vol. 43, N. 1, 2011.
K. Kano, Subaqueous Pumice Eruptions and Their Products: A Review, in Explosive Subaqueous Volcanism, American Geophysical Union, Vol. 140, 2003.
AA.VV., Kikai. Eruptive History, Global Volcanism Program, Smithsonian Institution.
Tomoyuki Miura e altri, Phylogenetic subtypes of human T-lymphotropic virus type I and their relations to the anthropological background, PNAS, Vol. 91, N. 3, 1994.
Stéphen Rostain e Geoffroy de Saulieu, El sol se levanta por el Este: arqueología en la Amazonia ecuadoriana, INPC, Revista del Patrimonio Cultural del Ecuador, N. 5, settembre 2014.
Betty Jane Meggers e Clifford Evans, The Machalilla Culture: An Early Formative Complex on the Ecuadorian Coast, American Antiquity Published, 20 gennaio 2017.
James A. Zeidler, Caitlin E. Buck e Clifford D. Litton, Integration of Archaeological Phase Information and Radiocarbon Results from the Jama River Valley, Ecuador: A Bayesian Approach, Latin American Antiquity, Vol. 9, N. 2, 1998.
James Scott Raymond, The Process of Sedentism in Northwestern South America, in “The Handbook of South American Archaeology” (Helaine Silverman e William H. Isbell), Springer Science Business Media, 2008.
Winifred Creamer, Santa Elena Peninsula, Ecuador, Llywindatravels 29 agosto 2018.
Documento inserito il: 21/06/2024
  • TAG: Ecuador, Giappone, Valdivia, Jomon, ceramiche

Articoli correlati a Le grandi Civiltà


Note legali: il presente sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilità dei materiali. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.
La responsabilità di quanto pubblicato è esclusivamente dei singoli Autori.

Sito curato e gestito da Paolo Gerolla
Progettazione piattaforma web: ik1yde

www.tuttostoria.net ( 2005 - 2023 )
privacy-policy